Festival: Cronache dal IX Festival Internazionale del Film di Roma. Prima parte

Vince Trash, di Stephen Daldry. Storie “nostre” di un’edizione che si è creduta POP

di sarah panatta

 

imagesTrash. Giù nel tubo di scarico del discaricato cinema italiano e non solo.

E’ il mercato bellezza, e per (s)vendere il dialogo con il pubblico diventa ipnosi pubblicitaria del pubblico. Abitudine cronica e redditizia (forse) da oltre 30 anni ormai. Cinema come campo (minato e minabile) della speculazione “edilizia”, oggi a livello 3.0. Per la serie (tv serie, web serie, serie di errori, errore di concezione culturale) come veicolare e accumulare il denaro riciclabile del sistema italiota educando allo stesso tempo le “masse” ad un modus vivendi indifferente? Anche nel e con il cinema nostrano. Cosa nostra che compatta e digerisce, sito per raccolte “post mortem” indifferenziate, l’indifferenziato abulico ostile borioso pensare-agire del nostro Tempo ritornante.

Cinema come azione di comuniAzioni e di illuminazioni folli? Un amore tradito. Condannato a scomparire in piena luce, appunto. Questo fantasma, voce di dentro, sempre più dentro, l’inconscio che ruggisce ma sbiadisce. Cinema nostro. Un amore tradito. Gone girl (per citare l’unico film totalizzante della nona edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, Gone girl del prestigiatore David Fincher). La Diana con l’arco firmata Zapruder, a metà tra Musa silvestre scolpita nei bagliori del precinema ed una selkie nordica impigliata nelle reti del progresso, prestata per brevi istanti alla condizione umana dal canto sconvolto di venti incantatori, mentre scriviamo questo primo frammento resoconto dai gradini affollati e sciatti del festival, scocca le sue ultime frecce nella traiettoria malferma eppure inevitabile di quei venti.

Ultime battute, o meglio, ultimi “Tocchi” per una kermesse già stanca, squilibrata, istericamente disorganica. In crisi identitaria, verso fusioni probabili (e ovvie) con il Fiction Fest. Eppure ipotetica dimensione di un circo e circolo, cosmo e angolo di cultura cinematografica di tutti e per tutti che dovrebbe felicemente esplodere nel panorama capitolino e internazionale.

Unica novità interessante in un festival che ha sintetizzato e sovrapposto le categorie (qualcuno proclami alle masse giornalistiche allibite e inette, ad es., il senso sottile della differenza teorica tra le sezioni Gala e Cinema Oggi, quella pratica è sotto il naso popolare, ovvero la “massiccia” presenza di cinema Wasp tra i film Gala, ove accanto al Maestro David Fincher spicca il mariadefilippiano Marco Risi, per avvalorare il motto chi non “risica”…) il voto al pubblico, prova antropologica che farà discutere.

Mentre buttiamo giù nel tubo queste prime note, nulla è stato deciso, non esistono ancora vincitori e polemiche del dopo, del già visto, dei “se”. E’ in questo limbo previsionale e deluso, ancora avido dei rancori e delle speranze dei frequentatori del festival che si tratteggia tuttavia lo stato del cinema qui esposto in vetrina. Mentre la sezione Prospettive Italia potrebbe schiudere ancora tesori di infinitesima grazia o resilienza, le opere già srotolate via sugli schermi dell’Auditorium di Renzo Piano, raccontano un cinema italiano destrutturato, antinomico, tautologico. In parte contagiato dal cordone ombelicale Rai, in parte piagato dalla necessità di cassa, alimentare, di prodotti multipiattaforma, cuciti per lo straight to video, poi parcellizzabili tra web e tv pubblica.

Un festival Fiction, privo di pulp, se non posticcio, esecrabile, barocco infecondo sputo spermatico nelle cavità di un pubblico che accetta, sogghigna, al massimo fischia, ma non vuole “uscire” e rivelarsi, reagire davanti alla masturbazione incontrollata di autori/produttori/investitori pigri, scaltri e svenduti. Ancora.

Farla finita. Sul ciglio di una resa striata di unghie allungate, corrose nei palmi ispessiti di mani distese sui fianchi impotenti. Non c’è prole per gli scarti. O forse sì? Nascosta, confitta in quella dimensione familiare consueta dalla quale divorzi licenziamenti abusi sensi repressi depressioni pregresse hanno alienato, quegli scarti. Scarti del pensiero comune arrotolati dentro coperte affogate nell’umore dei fiati urbani e oltreumani. Sguardo in macchina e cazzi all’aria per una depilazione veloce in un bagno in affitto illegale. Un bicchiere di vino per compensare il vuoto di troppe birre manchevoli e mai mancanti. Il giudizio latente di un padre tra-passato, già materia di speculazioni post edipiche, mentre una sorella muore di cancro e accetta la “posta per te”, facendosi spedire il fratello/figliol prodigo a casa. Il documentario del festival, istantanea italiana, Stazione Termini di Bartolomeo Pampaloni, figlio spurio di Sacro GRA, falsa memoria del sottosuolo dei reietti.

Sfottò ma non conscia butade Tre tocchi di Marco Risi, dignitoso e anonimo I milionari di Alessandro Piva. L’uno spara tamarro le cartucce del tragicomico in voga sulla scia dell’Oscar promozionale della Grande Bellezza (della Fiat oltreoceano), senza uscire dal seminato/seminario linguistico dei settimanali e delle soap opera dei nostri ’90, infilando scene stantie in un montaggio neppure avvicinabile alla laccata misura de L’onore e il rispetto. Chi depreca Garko e accoliti, a causa della gratuità di prodotti settati sulle necessità degli inserzionisti delle fasce da share, dovrà avvertire il tracollo cerebrale ulteriore imposto dall’ultima fatica di Risi. Tre tocchi scodella con un racconto inizialmente ritmico e alternato, non storie, ma personaggi, lunga catena di quasiumani, attori, dalla doppia vita e dalle carriere allo sbaraglio. Figurine inceronate, misogine, steroidate, che Risi e compagnia vorrebbero forse simboliche della ontologica stratificazione di fallimenti devastanti e desideri infrangibili. L’attore stile “Amici” che dai fotoromanzi vuole il salto di qualità; il doppiatore bistrattato che vorrebbe evitare il salto della quaglia ma viene sedotto dal regista pallonaro e sfigato del caso; l’attore di teatro che fa breccia nel cuore dei suoi ex aguzzini calcando le scene con gli abiti scarni di una vamp-trans inseguita dal passato ma redenta dal sacro fuoco che tutto purifica ma nulla cela e così via. Catena sì, di montaggio, di stereotipi ramificati e cancerogeni, di metafore telefonate.

L’altro, I Milionari, dall’autore de La capa gira, figlio di romanzi criminali e scarface frullate dal mainstream della fiction, già editato dal setaccio Mondadori, commentato in voce off (traghettato da un pur ottimo e già collaudato cast di caratteristi e non solo, Scianna e Gallo su tutti) va dietro e davanti le sbarre di un cinema tarato nei tempi e nei volti per il piccolo schermo italo-europeo. Scuola placidiana, sfumature ciano e brevi tirate servialliane (s)bloccate da imprevisti dolly sorrentiniani adatti allo spot del Bel Paese dei bellimbusti incipriati di falsa etica, conti offshore e “biscottoni” inzupposi. I Milionari non spezza la storia in angoli oscuri, in trappole o riflessioni, in colpi di teatro risoratori. Si limita con rigore ad pacchetto pulito per la TV, semplificato, rassicurante, pronto a quattro salti in padella col sogno depalmiano defunto de I Milionari di casa/cosa nostra.

Più elegante e defilato The Last Summer di Leonardo Guerra Seràgnoli, produzione italiana e cast completamente straniero per una danza d’amore ritrovato e non detto sull’isola non-luogo di una barca in balìa di un passato buio e di un futuro di lontananza già sentenziato. Una madre ha solo quattro giorni per intrecciare il suo respiro a quello del figlioletto, prima di perderlo definitivamente. Piani sequenza sganciati dalla funzionalità narrativa, sensibilità nipponica nella rifrazione dei pensieri e delle colpe oscure sui volti dei protagonisti atterrati sulla nave da un altrove del cuore non meglio decifrato.

Né decifrabile nell’opera di probabile botteghino che ha soffiato alle altre addirittura l’apertura del Festival. Soap opera di Alessandro Genovesi. Un bacio a labbra impastate, un gioco, quattro risate. La paura e la voglia di non essere soli. Tra una paternità mentita, una paternità incombente, uno scherzo da “lupetti”, tentennamenti di testa e di battito e di clima, champagne eruttato e strane coppie “ereditate”. Francesco tradisce Anna, consola Francesca e riama Anna, mentre l’amico di “tenda” e d’infanzia sorvola sbandate gay, il vicino di sotto si spara, la vicina porno soft seduce maresciallo in alta uniforme e i vicini del piano di sotto si preparano ai botti di Capodanno bisticciando tra grugniti e rivalse celate inforcando una bacchetta per sushi avariato. Almodovar incontra Muccino sfogliando Eduardo e passando per Zelig Show? Un esperimento di parodistica fusione linguistica, tra schematismi televisivi e le quattro mura di una drammaticità stilizzata? Alessandro Genovesi supera qualsiasi convenzione della tante sopracitate. Imbandendo la demenzialità deliberata e autoreferenziale di sei storie incidentate nello stesso spazio scenico (tra casa di Barbie e set da “soap”) in una commedia che tenta l’ironia sottovuoto, catapultandoci nel vuoto, sottosopra.

Il nono film fest romano, segnato dal chiosco pizza e mortazza e dalla mostra fotografica minacciosa e frastornata dedicata ad Asia Argento, sta celebrando e codificando un nuovo grado zero del cinema italiano. Mentre gli stranieri seppur sottotono e mal gestiti, continuano a spiccare, pur nella latitanza dell’estremo e del medio oriente. Grande passerella come sempre per gli americani e finestra circolare sul Sud America, tra Messico, Brasile e Argentina.

Ultima edizione targata Müller? Gone girl. Amore tradito. Ma i traditi si accontenteranno di sniffare soltanto vecchia riscodellata “trash”?

Continua…….

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