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Note dal Roma Fiction Fest

Sodoma e Gomorra. L’ottava edizione diretta da Carlo Freccero incorona la serie prodotta da Sky, Cattleya, Fandango, in un festival “occupato” da Sky (e Fox)

di Sarah Panatta

Fiction, panorami futuribili e scarichi pubblicitari. In che cosa si sta trasformando il Roma Fiction Fest? Vetrina squilibrata di un prodotto così fluido, iper targettizzato e iper deperibile (o deperito a volte) come la “fiction”. Edizione 2014. Quasi 7300 minuti di proiezioni complessivi, per sette giornate di intensa programmazione. L’ottava sessione del Roma Fiction Fest, diretto quest’anno dal Carlo Freccero “innovatore” di Rai 4, è appena finita mentre scriviamo, perciò diamo i numeri. Con 43 anteprime internazionali ed una massiccia presenza di prodotti/patrocini Sky, il Fiction Fest ha visto un netto declino della partecipazione popolare. Scarse le presenze in sala nonostante la congestionata mole di appuntamenti offerti.

A fare incetta di premi per la serialità edita italiana, l’attesa serie Gomorra, che ha raccolto oltre al premio per la miglior serie italiana, quello per la miglior attrice, a Maria Pia Calzone (Immacolata Savastano) e la menzione speciale della Giuria per il miglior attore non protagonista, a Salvatore Esposito (Genny Savastano). Miglior attore Luca Zingaretti per la sua interpretazione di Olivetti.

Inevibile man bassa anche per il territorio internazionale targato Sky: miglior fiction straniera edita, senz’altro fresca e accattivante, la machiavellica House of Cards, con Kevin Spacey, distribuita in USA da Netflix, network specializzato nello streaming (in Italia da Sky Atlantic).

Un festival calcificato letteralmente dalle serie on demand ed evidentemente sostenuto dal cartongesso Sky, sponsor non ufficiale dell’intero baraccone. Che ha trascurato comunicazione popolare ed eventi aperti, per infornare anteprime in pillole poco interessanti per il pubblico non avvezzo alla paytv e ancor meno utili per chi già domani sulla paytv potrà acquistare quegli stessi prodotti.

Se la fiction è più vera del vero, il festival dovrà tornare alla verità del pubblico. O almeno a considerarlo dotato di sensibilità spontanea e di curiosità genuina stimolabile (caratteristica in dotazione all’apparato consumistico umanoide insieme al cervello-biodigestore di pacchetti “premium” vuoti e mielosi).

Merito va tuttavia al pomeriggio in apnea dedicato al political drama. Sopra tutto la finestra spalancata su House of cards. Sangue e inganni. Dolorosi giochi di potere dentro, e intorno, alla sala ovale. Intrighi, sesso, droga, infedeltà, moralità ambivalente, scalata alla vetta e danni collaterali. Spinta da star hollywoodiane acclamate quali Davide Fincher (regista del primo episodio) e Kevin Spacey (protagonsta e produttore esecutivo), e nata da un gruppo di sceneggiatori “novelli” per la tv.

Una serie che secondo alcuni si prepara a rivoluzionare nei prossimi anni il modo stesso di concepire (e non solo guardare) la cosiddetta “fiction” televisiva. Creata dal drammaturgo Beau Willimon – già autore della pièce che ha ispirato il film “Le idi di marzo” di e con George Clooney – la serie è tratta dal romanzo “House of Cards” di Michael Dobbs e dalla serie TV britannica “House of Cards” (1990) di Andrew Davies. E progettata da Netflix, servizio di streaming online che offre prodotti televisivi on demand. Le prime due stagioni sono state ideate insieme, un unicum creativo che ha reso saldissimo il meccanismo di suspense che costruisce una trama priva di azioni eclatanti, ma fondata sul pathos delle reciproche complesse relazioni tra personaggi. Una storia di storie sotterranee, imperniata sui ritmi claustrofobici e avvolgenti di un thriller ad incastri, sensualmente intarsiato di doppi sensi e di danze di specchi, vicino alla tragedia greca che già l’ottimo dimenticato “Boss” con Kelsey Grammer aveva genialmente riformulato.

Il manipolatore carismatico e fulcro di House of cards è Frank Underwood (spacey), deputato del Partito Democratico al Crongresso degli USA. Nella prima stagione Frank viene tradito e sottovalutato dal Presidente neoeletto, del quale aveva sapientemente guidato la campagna elettorale, e si trova a combattere senza esclusione di colpi per una personalissima rivalsa dentro la Casa Bianca. Affiancato dalla moglie e da una giovane ambiziosa giornalista. Nella seconda stagione appena presentata in Italia, Frank arriva alla vicepresidenza e deve ingaggiare una nuova battaglia, affinché l’avviluppata rete di sotterfugi e crimini che lo hanno portato in alto non venga svelata. Dall’omicidio di un cane investito ai discorsi direttamente rivolti al pubblico. Dalla profonda variabilità dei singoli personaggi, all’inesorabile vertigine psicologica e strategica delle loro trame. House of Cards tenta la scommessa di un dramma blindato e trascinante, con attori superbi e aggiramento del linguaggi monotoni della fiction, pur offrendo un prodotto “classico”. O meglio epicamente made in USA.

Sarah Panatta

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