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Tra sogno e realtà

[Saggio introduttivo alla sezione “opere in mostra” del catalogo/antologia poetico-artistica “Oblò”, prima edizione EscaMontage, presentato in anteprima al Film Festival di Bracciano 2014]

di Iolanda La Carrubba

 

Il fare umano, legato alla percezione dell’adesso, del momento esatto in cui avviene una concentrazione di esistenze, dove l’esistere è rappresentato appunto dal fare, padroneggia e veicola un istintivo pensiero intuitivo. L’individuo in grado di percepire il dato oggettivo, attraverso elementi quali lo spazio ed il tempo, possiede la capacità di estraniarsi dall’oggettività, regalando a quel momento, l’espressione soggettiva.

Il bello dunque appare mutevole e mutante, apparentemente proveniente dall’esperienza del singolo, in termini kantiani il bello è: “una normalità senza norma”.

L’essere umano per sua natura, è in grado di percepire l’estetica mediante l’attivazione di specifiche aree cerebrali (V4 elabora i segnali dei colori, MT elabora i segnali del movimento), questa percezione legata alla riflessione istintiva, consente di esprimere un giudizio, quindi essere in grado di giudicare e rielaborare un dato legato ad un atto, un’azione legata ad una rappresentazione dell’esistenza umana, rappresenta per l’individuo una forma altra del fare denominata arte.

L’arte intesa come fusione del bello e del giudizio, contiene un intuito primigenio in grado di svilupparsi ed evolversi attraverso fondamenti ancestrali, Schelling nel Sistema della filosofia trascendentale scriveva “s’intende di per sé che l’arte sia l’unico vero ed eterno organo e documento insieme della filosofia, il quale sempre e con novità incessante attesta quel che la filosofia non può rappresentare esternamente, cioè l’inconscio nell’operare e nel produrre, e la sua originaria identità con il cosciente. Appunto perciò l’arte è per il filosofo quanto vi è di più alto”.

L’inconscio collettivo genera una qualche forma di energia, in grado di rappresentare nella complessa rete di legami umani, la soggettività dell’esistere, Jung sostiene che “la nostra psiche è costituita in armonia con la struttura dell’universo e ciò che accade nel macrocosmo, accade egualmente negli infinitesimi e più soggettivi recessi dell’anima”.

Questo percorso attraversa l’esistere, suscitando la necessità di ricerca mediante un processo elaborativo, l’uomo compie azione adoperando i sensi, infatti Matisse sosteneva che “vedere è già un’operazione creativa che richiede uno sforzo”.

Condurre lo sguardo del fruitore attraverso una mostra che contempli “l’immagine d’Arte” veicolando un sentimento collettivo ma pur sempre ideologicamente solipsistico, pone come fulcro lo sguardo dell’artista in una società fatta di stimoli, riuscendo a rendere nitida la sollecitazione artistica.

Ad oggi nel mondo dell’ipertecnologia, della computerizzazione, della semplificazione degli “attrezzi” per costruire e fare arte, la possibilità di espansione dell’espressione artistica, produce e genera nuove ed interessanti evoluzioni. Uno dei campi in cui si è potuto sperimentare maggiormente, è quello della fotografia.

Questa formula espressiva da un lato si ammala dell’eccessiva quantità di chi è dietro l’obiettivo, ma dall’altro lato permette di poter godere di fotogrammi di vita istantanei, generosi ed in alcuni casi, là dove si scatta la fotografia adoperando intelligenza artistica, vere e proprie fotografie d’autore.

Numerose furono le controversie nel periodo di passaggio tra la pittura e la fotografia durante il quale si formarono diverse scuole di pensiero. Nadar, giornalista francese (1820-1910) fu il primo a realizzare una fotografia aerea, temerario, abbracciò favorevolmente il metodo di riuscire a catturare, grazie la tecnologia fotografica, quei brevi ed irripetibili attimi poetici per farne arte, esempio meraviglioso fu il suo “autoritratto”. Altri invece vedevano questa nascente espressione come un caso, un placebo per definire arte qualcosa nata come svago; tra questi anche il poeta Lamartine che nel 1858 definiva la fotografia “un’invenzione del caso che non sarà mai un’arte ma un plagio della natura da parte dell’ottica”, per ricredersi anni dopo.

Oggi in questa collettiva, dove lo “sguardo d’autore” s’affaccia sul mondo traverso un oblò come fosse quello dell’apollo 11 nella prima spedizione verso la Luna, la stessa di Melies, si vuole porre in esame l’interrogativo cartesiano strettamente legato all’animo umano: “sogno o son desto?”.

Destarsi e destreggiarsi tra le difficoltà di un mondo moderno, in continua contaminazione socio-psicologica dove gli artisti compiono profonda ricerca culturalmente alta, senza trascurare il forte impatto emotivo scaturito tra il sogno e la realtà.

 

Iolanda La Carrubba

 

 

 

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