(esca) Intervista: Francesco Del Grosso e Giulia Piccione su “Fuoco Amico”, il 6 luglio al Film Festival diBracciano

"Fuoco amico", la locandina del film

“Fuoco amico”, la locandina del film, il 6 luglio alle h. 19.00 in proiezione al Film Festival di Bracciano

Un lavoro corale, un percorso millimetricamente costruito, una delicata complessa tangibile esperienza di studio, elaborazione, condivisione, memoria.

Francesco Del Grosso (regista)  e Giulia Piccione (producer), si aprono con schiettezza e profondità sulla lavorazione e sul vissuto del prezioso documentario Fuoco amico – La storia di Davide Cervia, in proiezione al Film Festival di Bracciano il 6 luglio alle h. 19.00 (sala conferenze dell’archivio storico, piazza Mazzini, 5).

Negli “occhi” di Francesco Del Grosso, giovane regista, sceneggiatore, ricercatore di nuove dimensione del racconto. Il documentario, primo amore?

Francesco Del Grosso. Anche prima di intraprendere la carriera di regista ero alla ricerca di qualcosa che mi consentisse di esprimere in pieno ciò che avevo dentro, ossia un “universo” sterminato di temi, stilemi, pensieri, sentimenti ed emozioni che sin dall’adolescenza volevo, tentavo e non riuscivo sempre ad esternare. L’incontro fortuito con il cosiddetto “Cinema del Reale” durante il percorso universitario come regista e programmista mi è servito a comprendere che il suo linguaggio poteva diventare il mio linguaggio. Quell’incontro si è rivelato un’autentica folgorazione, un colpo di fulmine a tutti gli effetti. Da quel momento ho iniziato a realizzare brevi documentari, a sperimentare le enormi potenzialità espressive, drammaturgiche e stilistiche messe a disposizione da quello che considero Cinema a 360°, come un genere vero e proprio con le proprie caratteristiche, peculiarità e soprattutto con un’identità riconoscibile e la medesima dignità delle opere di finzione. In tal senso, non ho mai – e non lo farò mai – pensato al documentario come un’anticamera per arrivare a realizzare film di fiction, o peggio come “palliativo” o esercizio audiovisivo per maturare e accumulare esperienze nel campo dell’audiovisivo, tanto per il piccolo quanto per il grande schermo. Per questo, è e resterà la prima scelta, la casa dove tornare e trovare rifugio come il teatro per un attore, ma soprattutto l’habitat naturale dove continuare a sviluppare un percorso artistico, creativo, professionale e in primis personale.

Memoria, verità ambigue, ombre e silenzi. Negli anni hai plasmato un cinema personale, che getta luce. Ultimo il difficile e premiato lavoro su Davide Cervia. Come concepisci Fuoco amico?

Francesco Del Grosso. Mi piace pensare al corpus di documentari fino ad ora realizzati come un “mosaico” audiovisivo fatto di immagini, suoni, parole, emozioni, temi, sguardi, volti, corpi, silenzi e gesti. Ogni opera, breve e lunga che sia, ne rappresenta un tassello. In ognuna di essa ho messo un po’ di me, del mio passato, del modo di vivere e osservare le cose, così da personalizzarle. A lungo andare, consciamente e inconsciamente, si sono venute a creare all’interno della mia filmografia una serie di corrispondenze, non tanto tecnico-stilistiche, piuttosto di natura tematica. Grazi a Fuoco Amico – La storia di Davide Cervia, in particolare, per molti critici e addetti ai lavori ho chiuso una sorta di trilogia, un trittico sulla figura del padre mancato, iniziata nel 2009 con Negli occhi e proseguita due anni dopo con 11 metri, rispettivamente dedicati alle vite di Vittorio Mezzogiorno e di Agostino Di Bartolomei. Un tema a me caro, autobiografico, diventato di fatto centrale nelle storie che ho deciso di raccontare e che adesso ritorna ancora più prepotentemente in questo terzo atto che ruota intorno a Davide Cervia e alla sua misteriosa scomparsa. Tre esistenze, le loro, legate ad altrettante storie così lontane, ma unite da uno stesso comune denominatore: l’assenza.

Quella di Cervia è un’assenza forzata, che lo ha portato lontano dai suoi affetti in un giorno che segnerà in maniera indelebile le vite di un gruppo di persone qualunque, al quale è stato negato l’amore di un padre, di un marito, di un parente e di un amico, il diritto a una vita normale e soprattutto alla verità. Su questa assenza, sulle tante emozioni che ne sono scaturite in vent’anni e passa di lotta, di domande senza risposte, di paure e dubbi, di orgoglio e voglia di non mollare anche al cospetto di “un muro di gomma” invisibile eretto da chissà chi per insabbiare e occultare una verità troppo scomoda e pericolosa da rivelare, ho voluto costruire l’architettura drammaturgica del mio nuovo documentario. Scrittura e regia confluiscono così in un viaggio nel tempo e nello spazio che narra e mostra da una prospettiva privata un dramma pubblico, sul quale si è preferito fare cadere un fitto velo di bugie e omertà. Gli eventi e le circostanze che segnano le tappe della vicenda di Cervia sono il baricentro di una storia ancora da scrivere, che dopo una lunga fase di stallo ha da poco tempo ripreso il cammino verso la scoperta di una verità sulla quale per interessi di varia natura si è preferito tacere.

Fuoco Amico è prima di tutto un film su un affetto negato, che passa attraverso le parole, i ricordi, le emozioni e le istantanee di vita vissuta di persone che non hanno mai smesso, con coraggio, perseveranza e dignità, di cercare il proprio caro. Intorno a questa ricerca ho deciso di assemblare i pezzi di un mosaico audiovisivo che assume strada facendo i contorni di un’inquietante spy-story. Il risultato è una narrazione spiata, fatta di immagini e suoni che prendono forma e sostanza da una memoria passata che si riflette in un presente tormentato, chiamato a documentare l’involuzione di uno dei tanti misteri di Stato, nato e cresciuto nel ventre malato del nostro Paese.

Ostacoli e sorprese sul cammino del Fuoco

Francesco Del Grosso. Inizio a pensare, e a convincermene sempre di più, che siano le storie a venirci a cercare e non viceversa. Fuoco Amico è stato per me la conferma di quello che fino all’inizio delle riprese era stato solo un sospetto. Girare un documentario sul caso Cervia non era in programma, prima di tutto perché della vicenda non ne avevo mai sentito parlare e come me tantissime persone. Questo dovrebbe già fare riflettere circa il gigantesco lavoro di occultamento messo in atto per coprire la vicenda e l’enorme fatica dei familiari e delle persone che si sono battute per fare in modo che importanti dettagli relativi al destino di Cervia venissero alla luce, seppur tra mille difficoltà ed ostacoli.

Quest’ultimi, secondo traiettorie e dinamiche ovviamente diverse, sono gli stessi con i quali confrontarsi faccia a faccia nel processo di realizzazione di un film dedicato alla vicenda di Cervia e all’odissea della sua famiglia. Oltre agli ostacoli e agli imprevisti produttivi e artistici con i quali ci si misura solitamente per dare vita, forma e sostanza a un documentario, se ne aggiungono tutta una serie di natura extra, che poi finiscono inevitabilmente con il prendere il sopravvento, influenzare e persino fagocitare la lavorazione e il “prodotto” finito. Qui c’era da fare i conti con una storia difficile su più fronti: da una parte gli argomenti scottanti e scomodi che si arrivano a toccare, a cominciare dal traffico d’armi internazionale, il sequestro di persona, i Servizi Segreti, il “Muro di gomma” eretto dallo Stato per occultare la verità e le responsabilità venute meno dalle Istituzioni; dall’altra le pressioni psicologiche e non solo che ne derivano. Ma gli ostacoli più grandi da superare per non scivolare nelle sabbie mobili dell’inconsistenza e della mediocrità sono la mancanza di chiarezza nel raccontare una storia così complessa e intricata, l’approccio superficiale e freddo alla “materia” umana e drammaturgica a disposizione, oltre all’abbandonare il tutto alla mera spettacolarizzazione del dolore e della sofferenza altrui. Spero vivamente di essere riuscito a evitare i suddetti elementi, ma solo coloro che avranno la possibilità di vedere Fuoco Amico potranno giudicarlo.

Al contrario, le sorprese sono venute prima di tutto dall’affetto del pubblico che abbiamo incontrato in questi primi mesi accompagnando il film ai festival, dall’interesse che abbiamo creato intorno a una vicenda per moltissimi inedita e dai riscontri positivi raccolti. Avevamo paura che la tematica spaventasse i direttori dei festival e che sarebbe stato difficile mostrarlo, ma invece per fortuna ci siamo sbagliati. Più di tutto, però, l’avere contribuito in minima parte alla causa, alla battaglia di Marisa, dei suoi figli, della sua famiglia e del Comitato, ci ha riempito di gioia e soddisfazione. La sorpresa più grande è stata quella di esserci sentiti sin dall’inizio parte di qualcosa di profondo e di esserci guadagnati la fiducia di una famiglia straordinaria.

Gestazione produttiva. Francesco e Giulia, come avete lavorato insieme al film?

Francesco Del Grosso. Si è trattato di una lavorazione lunga e faticosa realizzata in completa autonomia produttiva. Una lavorazione resa possibile grazie allo sforzo congiunto di una troupe di altissimo livello che ha creduto nel progetto e nella sua importanza dal punto di vista storico. Tutti hanno messo a disposizione le proprie competenze per fare in modo che il film prendesse vita. Senza queste persone e la loro professionalità, Fuoco Amico non esisterebbe. Il risultato è più che mai un lavoro collettivo, un “figlio” fortemente voluto. E in questo nutrito, variegato e affiatato gruppo rientra Giulia Piccione, che conoscevo sin dai tempi dell’Università, e che con coraggio ha deciso di investire disponibilità e forze proprie, puntando e scommettendo su un giovane regista, su una modalità produttiva rischiosa e su un progetto davvero complicato.

Insieme alla troupe abbiamo capito cosa e come volevamo raccontarlo. Fatto questo abbiamo percorso a testa bassa e low profile la nostra idea di racconto privato di un’odissea pubblica, lasciando fuori campo l’inchiesta a tuttotondo. Questo ci ha permesso di toccare corde diverse e scavare al di sotto della mera superficie degli eventi, evitando di conseguenza il classico reportage di stampo giornalistico. Il tutto con quella libertà che l’indipendenza offre a tutti coloro che hanno fatto di difficoltà virtù. Due anni di lavorazione tra preparazione, riprese e post-produzione, fianco a fianco e con il sostegno umano della famiglia di Davide. Questi sono gli ingredienti della ricetta produttiva di Fuoco Amico.

Giulia Piccione. Siamo venuti a conoscenza della vicenda grazie alla spinta giornalistica di Stefano Piccheri, Direttore della Tv laziale Telefona56, che avendo incontrato Francesco per 11Metri, ha individuato in lui la possibilità di dare seguito alla richiesta di Erika, la figlia primogenita di Davide Cervia, di dar forma ad un racconto complessivo della loro significativa e sofferta storia. Sin dal primo incontro con Francesco era chiaro che la scelta di realizzare questo film avrebbe richiesto un lavoro impostato su due ordini di idee: lo studio meticoloso degli avvenimenti e la creazione di una relazione basata sull’ascolto e sulla fiducia con la famiglia Cervia. Dopo un’intima riflessione, è stato spontaneo imboccare questa strada. E’ stata attivata la squadra di lavoro, più nelle modalità che nell’individuazione dei componenti, già collaboratori di Francesco. Sono seguiti mesi e mesi in cui siamo entrati a contatto con il materiale d’archivio, composto da 24 anni di articoli, servizi televisivi e accadimenti giudiziari, fianco a fianco al lavoro di sintonizzazione con il nucleo familiare, per arrivare solo poi a scrivere la sceneggiatura composta da domande dirette e puntuali. La troupe in fase di riprese era di 5 componenti, abbiamo girato tutto in due settimane, con 18 interviste realizzate, mentre il prezioso lavoro di montaggio firmato da Francesca Sofia Allegra ha richiesto tutto il restante arco di tempo. Il risultato speriamo siano un corale impegno e testimonianza di coloro che agiscono a favore di una verità.

 

La vostra esperienza di cinema “indipendente”…

Francesco Del Grosso. Indipendente e a mio parere una parola sulla quale si fa molta confusione. Troppe le varianti, troppe le dinamiche, così come i fattori e i caratteri da prendere in considerazione quando di parla di indipendenza. Lo dice la parola stessa, ossia non dipendere da nessuno. Per alcuni documentari precedenti ho avuto a disposizione produzioni, budget, contributi e sponsorizzazioni, che hanno collocato le singole opere nel circuito classico, sottraendole al machiavellico e infernale “girone” del cinema indipendente. Con Fuoco Amico ho compreso e vissuto sulla pelle cosa significa attraversare quel “girone”. Sono contento di esserne uscito indenne, riscoprendo e apprezzando anche quella libertà creativa, stilistica e produttiva, oltre al lavoro di gruppo, che questo modo di fare e concepire il cinema ti offre. 

Giulia Piccione. Non credo esista un cinema indipendente, ritengo piuttosto che anche nel cinema ci siano vocazioni e volontà artistiche differenti, che a seconda del progetto, necessitano di scelte, di attivazione di gruppi di lavoro e di tempistiche diverse. Il film Fuoco Amico – la storia di Davide Cervia, non doveva trovare un calendario, ma un ritmo di lavoro, ossia il nostro impegno non doveva dipendere da nessuno in particolare, tanto meno da contratti, somme di denaro, il nostro film è semplicemente il risultato di un comune accordo fra persone che attraverso le individuali competenze si sono messe reciprocamente a disposizione. Come per l’educazione che accompagna e, nei migliori casi, corrisponde ad un ordine di idee, bisognava impostare un metodo. Come comprensibile la scelta dell’indipendenza produttiva, a tratti clandestinità, ha favorito e garantito lo sviluppo e crescita artistica e personale del gruppo, quindi del progetto stesso; il quale ci auguriamo possa esser considerato una traccia felice di quel cinema auto-prodotto che si fonda su valide storie e competenze.

Sarah Panatta

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