Recensione: Monica Martinelli

Francesco Forlani, Parigi, senza passare dal via, Laterza Editori, 2013

di Monica Martinelli

 

Se dovessi scrivergli una lettera comincerei così: “Caro effeffe – questo è il soprannome con cui F.F. ama presentarsi – che il tuo viaggio sia lieve e radioso come il tuo sorriso aperto e picaro, temprato alla vita e alle amarezze. Ho scoperto e conosciuto Parigi leggendo questo romanzo. Mi sono emozionata a sentirla palpitare attraverso la storia di personaggi veri o inventati, felici o affezionati al dolore, con gli imprevisti e le casualità che la vita regala. E l’altro giorno mentre mi mettevo un cerotto su una mano ho pensato, chissà se anche io, come il protagonista, ho le mani bucate e tutto ciò che raccolgo rimane o volerà via…”.

Sto parlando di Francesco Forlani, autore talentuoso e versatile con una grande vocazione per la scrittura. Nato a Caserta e vissuto tra Parigi e Torino, scrive sia in italiano che in francese e passa agilmente dalla narrativa (bellissimo il suo romanzo omaggio a Pavese “Autoreverse”), alla poesia (ultimo libro pubblicato “Il peso del Ciao”), al teatro (come gli spettacoli “Patrioska” e “Cave canem”), alla critica e al giornalismo (redattore del noto blog “Nazione Indiana”). Ottimo performer, originale e trasgressivo, ironico e fantasista (per usare un termine che ha un significato calcistico, considerato che Forlani gioca a calcio). E’ uno che ama le sfide al punto che nel 2011 ha deciso di scrivere un romanzo su facebook, aperto a commenti dei lettori che potevano partecipare alla scrittura-stesura e poi, attraverso un’operazione di self-publishing, lo ha stampato e venduto a tiratura limitata in numero di duecento copie, portandolo a domicilio a tutti i suoi lettori in giro per l’Italia e non solo. Questo romanzo, in parte autobiografico, dal titolo “Chiunque cerca chiunque” – con sottotitolo ‘romanzo picaro’ – ha dato l’abbrivio al romanzo successivamente pubblicato nel 2013 per Laterza Editori nella collana Contromano, “Parigi, senza passare dal via”, e ne ha rappresentato una prima versione (come lo stesso autore afferma). La personalità prorompente e dirompente di Forlani c’è, sta nelle pagine del libro, guida il protagonista del romanzo coinvolgendo il lettore come in un gioco (il gioco del Monopoli che è anche metafora della vita). Ed è impegno, energia, bestemmia, e quella fiera determinazione di uomo del sud. In questo caso vita e letteratura coincidono davvero.

Il titolo del romanzo fa riferimento a una delle regole del Monopoli: il giocatore che si trova spedito da qualche parte, tra prigione, imprevisti e probabilità e “senza passare per il via”, quindi senza ricevere l’incasso che quel passaggio gli avrebbe fatto vincere, deve affrontare la lotta quotidiana per la sopravvivenza in posizione di svantaggio. Quel che Francesco Forlani ci racconta sono proprio le (dis)avventure di un bohémien di fine Novecento che insieme a un gruppo di amici insegue il sogno di fondare una rivista d’avanguardia “La bête étrangère”.

Ogni capitolo, infatti, riporta accanto ad un breve titolo anche l’arrondissement in cui si svolge l’azione ed un disegno che lo identifica nella scacchiera dei venti arrondissements parigini dove il protagonista, con i suoi amici, si aggira nelle anse di una città multietnica tra locali jazz e bistrot affollati di fumo e alcol. La girandola di personaggi che si avvicendano si dibatte tra suoni, silenzi, rumore e azione, in una città come Parigi che rappresenta per eccellenza movimento e frastuono: “Qui a Parigi le cose sono, mica somigliano a sé stesse..”…questa Parigi con le sue abitudini, contraddizioni, dolore e umanità descritti con un entusiasmo e una passione che non si perdono mai. L’autore scruta con occhio curioso i molteplici attori del palcoscenico della vita, lo spazio in cui si

muovono, lo esamina e lo restituisce nella realtà, come l’immagine di uno specchio, modellandolo col suo linguaggio forte e sperimentale – un pastiche tra francese e casertano – e il suo stile immediato e d’impatto che tira dentro il lettore. Il ritmo narrativo è veloce e dinamico, ci sono impennate e sobbalzi da equilibrista che lo rendono godibile e spiazzante. Un diario non solo di ricordi e di sogni, ma soprattutto di libertà, viaggi e amicizia tra distacchi e sorprese. Molto intenso il 14° capitolo “Il dolore dondola” sulla malattia e la morte della fanciulla che pare una madonna del rinascimento, capitolo che termina con una poesia i cui versi finali dicono così: “..ella non s’apre al cielo ché non v’è più cielo/ma solo all’anima e scompare.”

Trattandosi di gioco, nell’ultimo capitolo intitolato “Le mani bucate” l’autore, con un passaggio molto significativo, fa riferimento alla fortuna quando racconta dell’incontro con una zingara magrebina che nel leggergli le mani gli dice che ha “i buchi dentro”: “..Così m’era venuto in mente quella volta che a passeggio con mio padre alla Rue Miollis…a un certo punto mi ero fermato che c’era una monetina per terra davanti a noi.” – “Sei fortunato, raccoglila no?” – “Papà, secondo te uno che si abbassa per raccogliere venti centesimi è fortunato o sta proprio inguaiato?” – “Così avevo chiesto alla femmina magrebina quale fosse il rimedio a quel pasticcio del destino”…“Devi chiudere i buchi” – “Chiudere i buchi? Come si fa?” – “Bastano due cerotti grandi abbastanza e vedrai che ti rimarrà fra le mani quello che raccogli in giro.”

 

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