CineRecensione: “Grace”. Come ti trasformo la Kelly/Kidman in icona kitsch

 

"Grace di Monaco" di Olivier Dahan, locandina

“Grace di Monaco” di Olivier Dahan, locandina

Un incantevole falso super 8 scivola sulla scogliera. Si trasforma in fondale mobile, piatto e brillante, che svanisce lasciando spazio al set stipato e vociante di un film. L’ultimo girato da Grace Kelly prima del matrimonio con Ranieri di Monaco. Grace, donna, cartolina, oggetto del desiderio e icona politica, pretesto e dono, “cor gentile” e identità in vendita.

Premesse cinefile e leggiadre, per un’opera che conferma tuttavia soltanto i cliché che vorrebbe aggirare. Olivier Dahan apre Cannes 2014 con il suo Grace di Monaco, dopo il successo de La vie en rose.

Prende la Kidman restaurata a colpi di delizioso Chanel, la imprigiona in una scatola Mattel accanto al suo Ken misogino ma non troppo, Ranieri/Roth, e la getta nel carosello del potere. Tradimenti di corte, beghe internazionali, guerre sventate, figli (poco più che ombre) da allevare, una società a cui trasmettere integrità e sincerità, da brava fanciulla wasp venuta dal nulla.

Il regista e la Kidman sul set

Il regista e la Kidman sul set

Nel biopic di Dahan svanisce il tormento da camera di Grace, il duello interiore (tra Ibsen, Shakespeare, Rebecca “la prima moglie” e fotoromanzi anni ’90) tra essere, apparire e resistere, si appiattisce sulla fotografia vintage impeccabile di un’operazione fuori controllo, kitsch, a tratti ridicola.

“La vera favola è credere che la mia vita sia una favola” dice Grace nelle prime scene di questo squilibrato film, confezionato in un’abbagliante carta lucida, come una locandina dello Schiaccianoci.

La vera favola è credere che un direttore della fotografia emulatore dello chic anni ’50-’60, tra Sellers e Hitchcock, possa salvare la frana apocalittica di un film.

La vera favola è accettare il torpore stagnante eppure barocco di una sceneggiatura che smette di rincorrere la coerenza interna già a metà del cammino, sui gomiti sfrenati della collina che abbraccia pastellata Monaco e le sue sorti protezionistiche.

La Kidman, foto di scena

La Kidman, foto di scena

La vera favola è, o meglio, è stata, voler immaginare un regista/sceneggiatore che sapesse dare dopo anni, nuovo respiro e non mero stucco, ad una figura appannata, iscritta nel bianco e nero classico di un tempo troppo lontano, imbrigliata tra glitter hollywoodiani, luci di propaganda e segreti di stato. E che potesse lasciare/rilanciare libera una principessa triste del set, eterea e risoluta, drasticamente splendida, nonostante botox e altri disastri evitabili, come la rigorosa Nicole.

La vera favola, anzi fiaba, forse orrida, è quel cinema coevo che continua a cannibalizzare se stesso, scavando nella fossa e mettendo belletto criogenizzato a miti inevitabilmente sbiaditi anche se riciclabili tra moda e modi. Percorrendo il solito via del tramonto, ancora e ancora.

Questa volta a bordo di una decappottabile accelerata su curve pericolose, non adatte ai deboli di stomaco. Anche se piene di “Grace”.

Sarah Panatta

Grace Di Monaco. Un film di Olivier Dahan. Con Nicole Kidman, Tim Roth, Frank Langella, Paz Vega, Parker Posey, Milo Ventimiglia, Geraldine Somerbille, Nicholas Farrell, Robert Lindsay, Sir Derek Jacobi. Sceneggiatura di Arash Amel. Prodotto da Pierre-Ange Le Pogam, coprodotto da Andrea Occhipinti. Prodotto da Uday Chopra, Arash Amel. Direttore della fotografia Eric Gautier A.F.C. Scenografie Dan Weil A.D.C. Costumi Gigi Lepage. Montaggio Olivier Gajan. Musiche composte da Christopher Gunning. Durata 1h43. Nelle sale dal 15 maggio.

 

 

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