Vacancy

Di Gabo e di altre storie. Ricordando Gabriel García Márquez

di Sarah Panatta

Immagine di copertina da una delle edizioni Mondadori di "Cent'anni di solitudine"

Immagine di copertina da una delle edizioni Mondadori di “Cent’anni di solitudine”

“Un signore molto vecchio con certe ali enormi”.

Dopo aver solcato il “mare del tempo perduto”, a bordo di navi fantasma e di carovane veggenti. Dopo averci venduto miracoli, ed essersi offerto “per sognare” e per abilitarci all’“incredibile triste” delirio del mondo. È morto a 84 anni Gabriel José de la Concordia García Márquez (Aracataca, Colombia 1927 – Città del Messico, Messico 2014).

Giornalista e scrittore tra i più influenti, letti e visionari mai conosciuti. Gabo. Orditore di leggende e militante per i diritti civili. Profeta mai oscuro, viaggiatore empatico dell’animo. Leggerlo per raccontarlo. Leggerlo per raccontare la storia collettiva, come pure l’inconscio dell’uomo, diluvio e steppa, gorgo e villaggio, scherzo e verità.

La “putrefatta grandezza” della civiltà. Le fasi alterne e sempre ritornanti di ciò che incautamente e sbrigativi chiamiamo progresso. La “mala ora” del mondo, in cui serpeggiano segreti e si sperimentano consuetudini, si disfano passioni e si consumano riti, politici, economici, alchemici. L’uomo che sopravvive a se stesso, eterno antieroe, crollato sulla sua sedia sdraio o arrampicato sulla vetta sassosa di un’alba rivoluzionaria, schiacciato su una rotaia infuocata o incancrenito dietro i galloni di un potere che è solo crosta di un ordine precario.

Amore, menzogna, compagnie girovaghe e botteghe profumate, paludi e sogni, terra e sangue, sortilegi di vita, impastati tra mito, foto di famiglia e polvere di fucile. Scrittore biblico per mole e complessità archetipica e socio-antropologica. Massimo esponente del realismo magico sudamericano e incoronato secondo autore in lingua spagnola di tutti i tempi, per il celeberrimo Cent’anni di solitudine, durante il IV Congresso internazionale della Lingua Spagnola (Cartagena, marzo 2007), preceduto solo dal Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes.

Figlio di un paesino colombiano emerso dalla pietraglia primordiale descritta nell’incipit del suo capolavoro. Cresciuto in una casa in cui origini creole, etichetta coloniale e fiabe indie diventarono coltre di un inesauribile meticcio bagaglio culturale. Dopo disparate esperienze universitarie, Márquez iniziò ventenne la sua attività giornalistica, muovendosi tra Sud America ed Europa, studiando e lavorando tra Roma, Parigi, Londra, fino a conoscere Che Guevara e Fidel Castro a Cuba. Politicamente scomodo, dagli USA si trasferì alla fine degli anni ’50 in Messico, dove coltivò sempre più prolifico la scrittura finzionale. Senza rinunciare all’impegno costante per un “socialismo reale” in cui una democrazia costruita sulla strada e un sentimento radicato e solidale di giustizia civile combattessero l’abnorme corruzione politica e la sperequazione sociale, la tirannia del narcotraffico e l’egemonia di modelli occidentali distorti, che secolarmente hanno infestato il Sud America.

Un ritratto di Marquez

Un ritratto di Marquez

Intellettuale pragmatico e coltissimo, libero e libertario, poco incline ai compromessi politici e osannato tanto dalla critica quanto dalle folle, amante del cinema e maestro di una narrazione che nella maestosità degli autori romantici innestava un’analisi psicologico-sociale sottile e ironica, e l’esplorazione viscerale delle stratificate tradizioni europee e sudamericane. Gabo è l’inventore del realismo magico, una lente seduttiva e sublime ma anche un affondo seriale e acuto, cruento, barocco, dentro/contro gli stilemi coloniali, e il cosiddetto “canone” letterario.

Nel 1982 Premio Nobel per la letteratura. Nel 2002 la prima parte della sua autobiografia intitolata Vivere per raccontarla. Grande padre del boom culturale latinoamericano, accanto a lui i geniali apprendisti stregoni di un’epoca di avanguardia pura e tenace, da Julio Cortázar a Vargas Llosa.
Memoria personale e vento di generazioni caraibiche impastati in ogni singolo quadro narrativo. Zolle di vita e di spiritualità laica. Da L’amore ai tempi del colera a Cronaca di una morte annunciata, dal preparatorio, quasi nucleare, La mala ora, agli insuperati racconti raminghi. Spiagge di cenere, invasioni di chele migranti e calamite prodigiose, elezioni fallaci e capelli resistenti alla morte, trapasso di genti e saccheggi infernali, mutazioni spiegabili, magie materiche, città gargantuesche e coste sfregiate, rimozioni forzate e carnevale dei sensi. Tra pattume e bellezza, prostituzione e innocenza, tutte le storie della Storia.

La luce di Gabo, meno inquietante del quasi coevo McCarthy, filosofico quanto Saramago, minuzioso quanto Gogol. Terry Gilliam della pagina, Terrence Malick dell’affabulazione. Il vecchio alato re bagna ancora di folle linfa il nostro ricordo. Lo vediamo remare assorto, mentre le acque intorno sono dense di una notte repentina eppure abbagliante. Galassia di stelle “tutte al loro posto”.

Continuerà a farsi sera, al porto, accanto ad Erendira, a José Arcadio, a Babilano il buono, a Melquíades. A Gabo.

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