CineRecensione. “Noah”, il colossal di Darren Aronofsky

"Noah", la locandina del film

“Noah”, la locandina del film

Non c’è giusto o sbagliato. Solo una contorta via che possiamo disegnare sulla terra come tra le acque. Il nostro maldestro eppure vivo solco nel mondo. Uomini sulla zattera.

Darren Aronofsky realizza il desiderio fanciullesco di raccontare la storia delle storie, il diluvio universale, con il suo furente, didascalico, amletico psico-fantasy, Noah.

Processi irreversibili di alienazione, fisionomie interiori mutanti, sgretolate nel brodo di sangue e lustrini di combattimenti-farsa, o tra i vetri di uno specchio frantumato da un insanabile desiderio di autodemolizione. I travagli di un corpo-mente mortale che non sa completarsi e vola sempre più in alto, fino a comprovare la propria finita, ambigua verità.

Con i capisaldi The wrestler e Il cigno nero Aronofsky setacciava i suoi freaks, il wrestler-padre fallito e l’etoile schizofrenica, classici e insieme post apocalittici, forse cristologici emblemi dell’eterna deriva umana. Scivolava sotto la loro pelle, la strappava. Foderando di ermetismo pulp tragedie monolitiche e stigmatizzanti.

Un momento da "The wrestler"

Un momento da “The wrestler”

Con Noah trasforma l’ermetismo in schematismo visivo talvolta pungente e straniato, enfatizzando l’elementarità e confondendo spesso (non mescolando) fantasy e filologia laica, caos scenico e scenografico spettacolarizzato e fine introspezione attoriale.

Un’arca-montagna, sporca di pece e di sudore, migliaia di animali digitali, che sgusciano strisciano volano trottano, Russell Crowe rasato e dominante, il suo alter ego tenace Ray Winstone. Un’arca che è gabbia di impotenze e di mezze verità, il delirio lucido di una regia tonante ma rapita dal vortice degli effetti speciali. Mentre troppi quesiti filosofici restano a galla, prima e dopo quel diluvio. Noah, opera faticosa, potente ma non tronfia, eppure mancante, persino tautologica. Aronofsky esce dal proprio sentiero, non attualizza la vicenda come di solito sa e può fare, e sbanda.

Noah è l’ultimo discendente della stirpe di Set, fratello “buono” di Caino. Mentre Noah alleva tra rocce e germogli nascosti la sua famiglia e i suoi tre figli, le stirpi di Caino radono al suolo la terra, edificando città che divorano l’energia del mondo. Noah riceve in sogno i segni di un cambiamento incombente e affronta il suo unico e più lacerante viaggio. Deve salvare la Terra ma non sa se la propria famiglia merita un posto su quell’arca che lascerà affogare le corrotte genti di Caino.

Esiste una differenza tra buoni e cattivi? E’ davvero così lampante e meccanica la logica della vita? L’uomo ha il diritto di conquistare e depredare ciò che incontra sul suo cammino? Chi governa l’Equilibrio?

"Noah", la zattera ultimata

“Noah”, la zattera ultimata

Noah inevitabilmente se lo chiede, incessantemente avvinto dal dubbio. Prescelto dal Creatore egli indaga tra razionalità e fede, allucinato anche nella veglia dal marchio del peccato annidato sotto la pelle di ogni uomo, persino in se stesso, nella moglie, nel figlio Set che brucia di passione per Ila, nel figlio Cam, geloso e vendicativo.

Uomo profetico e solo, Cassandra debole ma spietata, Noah è trafitto da una volontà, la propria,  insieme fragilissima e inarrestabile, che si misura corpo a corpo con una voce divina che non fornisce prove a lui, al mondo, né allo spettatore, se non nell’onirica dimensione in cui Noah cerca spiegazioni alla vita e alla Fine che darà Principio a tutto, o quasi.

Favola ecologica della buona notte, e monito guardingo sul buon giorno. Filastrocca fatta di giganti di pietra e di tisane magiche, ma anche di asce insanguinate e di omicidi tra le mura domestiche. Dramma greco spurio e peplum hollywoodiano. Sintesi mitologica e inventiva (a tratti tolkieniana, tra i fratelli Grimm e le Sacre Scritture) seppure letterale della storia di Noè, il film di Aronfsky, presentato in anteprima al Bari Film Festival il 5 aprile 2014, nelle sale italiane dal 10, ricostruisce una Terra preistorica dove semina il conflitto eterno dell’uomo con se stesso. Un film di contraddizioni rumorose.

Effetti speciali densi e psicanalisi ai limiti della banalizzazione, fino alla mezzora finale, angosciata claustrofobica sfida: Noah contro il Creatore, Noah contro i suoi cari, Noah contro se stesso.

Uomo integro o invasato, dilaniato tra sentimento e fede, in un’opera con cui il regista torna a dialogare al solito bulimico e prometeico, con le paure e i vizi dell’uomo, con la sua doppiezza fondante e inspiegabile.

Se il vero mistero è il cuore malato dell’uomo che brama la propria giustificazione in entità infinite, perso nella quest autolesionista di delitto e castigo, patto e tradimento, Aronofsky cerca ancora una volta di espiare tale malanno. Insieme al suo Noah scava nell’esuberanza stolta del popolo di Caino, con la pietas visionaria di un ennesimo fallibile creatore tenta di infondere il bagliore della genialità innovativa in un colossal trionfante e glacialmente cesellato, purtroppo allagato dalla computer grafica.

Pieno tuttavia della carnalità tragica di un semidivino, decisivo Russell Crowe. Titano dalle sembianze vichinghe, primo febbrile, contuso colono di una Terra che rinasce suo malgrado, fuori dall’Eden proibito, più che un mistico servo del Signore. Michelangiolesco incompiuto, anche se magnifico schiavo, intrappolato nelle sue stesse vesti. Salvatore non incolume dell’intera operazione.

Di che pelle è il Serpente di Aronofsky?

Noah. Un film di Darren Aronofsky. Con Russell Crowe, Jennifer Connelly, Ray Winstone, Emma Watson, Anthony Hopkinns, Logan Lerman, Douglas Booth, Julianne Moore, Martin Csokas, Jóhannes Haukur Jóhannesson, Arnar Dan, Kevin Durand, Dakota Goyo, Mark Margolis, Madison Davenport, Drammatico, durata 138 min – USA 2014 – Universal Pictures.

Sarah Panatta

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